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Notizie dal "Campo Profughi Carmel" a Bangui
10 dicembre 2013

Carissimi,
eccoci ormai al sesto giorno. Cominciamo ad essere un po’ stanchi… ma ad ogni difficoltà ci aiutiamo reciprocamente, proseguendo... fino al prossimo ostacolo!

Ieri c’è stata una pioggia torrenziale. E non potevamo lasciare a dormire nel fango tutti quelli che non hanno trovato un riparo al coperto. Tra i miei confratelli basta uno sguardo d’intesa e in pochi istanti – e con l’aiuto dei nostri chierichetti – il refettorio si trasforma in un dormitorio abbastanza capiente. Poi spostiamo i rimorchi e i trattori del garage. Ed ecco altro spazio. Ho sempre sostenuto che i Conventi debbano essere grandi e ora ne sono convinto più di prima. Se fossimo in un appartamento il "miracolo" che stiamo vivendo sarebbe stato possibile?

Ieri sera abbiamo avuto qualche attimo di paura. La gente ci dice che alcuni ribelli, che stanno fuggendo, potrebbero arrivare anche da noi. Ovviamente queste informazioni sono sempre da valutare con prudenza, perché in Africa "la paura fa 190(!)". Sembra difficile che i ribelli facciano visita ad un campo profughi, ma la prudenza non è mai troppa quindi ci organizziamo per un turno di guardia: ognuno assicura un’ora. Il mio turno è dall’una alle due con fra Martial. In questa veglia notturna approfitto per recuperare un po’ l’orazione divenuta impossibile. La mia preghiera è fatta dei frammenti disordinati raccolti tutto il giorno: volti, numeri di telefono, pianti dei bambini, sacchi di mais, e-mail, fango, paracetamolo, pompa dell’acqua, e "Merci, mon père"… E poi concludo:
“Fa, o Signore, che questa notte passi veloce,
che i ribelli se ne stiano a casa loro
e che possiamo riposarci bene per servirti meglio.
Proteggici Tu con tua Madre. Amen”


Ieri pomeriggio arriva a piedi scalzi, da una parrocchia vicina, una suora polacca infermiera. La sua moto è rimasta in panne. Però! Che coraggio questa donna a spostarsi in questa situazione! Ci porta dei medicinali e chiede delle uova. Poi passa nella nostra chiesa e contempla commossa lo spettacolo dei nostri bambini. Quasi si vergogna che loro hanno molti meno rifugiati e ci offre la disponibilità per accoglierne almeno una cinquantina dei nostri 2600. Cerco di accontentarla, ma un po’ mi dispiace e i nostri ospiti faticano a lasciare il Campo Profughi Carmel.

Durante la notte, poco prima delle undici, sento il pianto di una donna. Esco nel corridoio e trovo il nostro dottore che consola una ragazza. Rose, la sua bambina di pochi mesi giunta da noi già ammalata, è morta fra le sue braccia. Mi accascio quasi pietrificato. Sembra quasi una sconfitta davanti a tutto quello che stiamo facendo. Poi mi rialzo. Padre Mesmin benedice Rose e i genitori la portano in quartiere per il seppellimento. Vado a dormire e mi consolo pensando alle centinaia di bambini come Rose che stiamo proteggendo.

In mattinata mi accorgo che i bimbi ammalati sono troppi.
Provo a chiamare Patrizia, una dottoressa italiana in Africa da una vita. Si precipita da noi con la sua ambulanza e due infermieri. Quando arriva ci abbracciamo, poi in un attimo il refettorio, che di notte era stato un dormitorio, diventa un piccolo ospedale e le mamme passano ad una ad una con i loro bambini. Cedric, "quasi-medico", l’aiuta con Aristide, aspirante "quasi infermiere"… I miei confratelli sono sempre più straordinari. C’è chi passa con la scala, chi con un cacciavite, chi con dei medicinali, chi tiene in braccio un bambino in preda a una crisi di pianto, chi si permette il lusso di una partita a carte con i nostri ospiti, chi accompagna un malato, chi scalda un po’ di riso… A colazione fra Christo mi chiede quante latrine deve costruire oggi. Léonce spazza e disinfetta senza tregua. E gli tiro le orecchie perché si dimentica di mangiare; poi, viene a mangiare senza togliersi gli stivali. Fra Rodrigue smista con voce forte il traffico. Che i miei confratelli fossero bravi lo sapevo, ma non così bravi come li sto scoprendo ora!

Finalmente riceviamo una visita dell’Unicef e di Acted. Raccolgono dati, ci fanno domande, ci offrono consigli e ci fanno i complimenti per come ce la siamo cavata fin’ora. Promettono infine di farci avere del cibo e altri aiuti. La Croix Rouge International porta in mattinata 60 sacchi di mais, 40 di fagioli, 600 litri di olio e 3 sacchi di sale. Il parlatorio diventa il deposito di tutta questa abbondanza. Tutto deve bastarci per tre giorni. Nel pomeriggio distribuiamo ad ogni mamma 3 scodelle di mais e 3 di fagioli, un bicchiere di olio e un cucchiaio di sale. Qualche mamma usa i propri vestiti come unico contenitore di questo dono del cielo. La Croix Rouge ci informa che ci sono nella città una ventina di siti come il nostro. Ci sono anche campi da più di 10000 profughi. Cosa succede esattamente in città è per noi difficile da capire. In alcune quartieri è cominciato in modo capillare il disarmo dei ribelli. Purtroppo ci sono già due vittime nell’esercito francese venuto a liberarci.

Ogni tanto non resisto alla tentazione e faccio un salto in chiesa. L’altare è circondato da un giardino di visetti neri e occhioni bianchi. Ma trovo anche Jean, 64 anni, il nostro profugo più anziano e che ha visto tutti i colpi di stato del Centrafrica. Tutti mi chiamano "mon père", ma lui si è preso giustamente il privilegio di chiamarmi "mon fils". Ha un piede fasciato e cammina col bastone. Poco prima di cena riesco a trovargli un letto, un materasso e un cuscino e lo sistemo nella stanza del Capitolo. Dopo 5 notti passate sul pavimento della chiesa, penso che un letto se lo meriti proprio. Da sei giorni andiamo avanti più o meno così. Stiamo facendo una cosa che nessuno di noi aveva mai fatto e mai vissuto in vita sua. Una ONG avrebbe fatto forse meglio, ma sicuramente più tardi. La Chiesa, invece, è arrivata prima. Anzi: era già qui, non se ne è andata e quasi non si è accorta di restare. E i poveri hanno capito che venire qui era fare la strada più corta e andare nel luogo più sicuro.
Buona notte!

Padre Federico Trinchero,
i fratelli del Carmel e i nostri 2632 ospiti