Storie e speranza nel “mio” Centrafrica

Storie e speranza nel “mio” Centrafrica - Amicizia Missionaria - Missioni Carmelitane in Centrafrica
26 Agosto 2018

Ancora ho nelle orecchie il grido di una giovane mamma lanciato non appena si è accorta che il suo bimbo di pochi anni non respirava più. Ed io ero lì, a pochi passi da lei e dal figlioletto appena morto di malaria cerebrale, in un reparto del Complesso pediatrico di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana.

Eravamo pronti per un’intervista ad un pediatra, ma la telecamera della troupe è rimasta spenta, in quel momento e anche dopo. È stato un gesto spontaneo. Il mio sguardo e lo sguardo dell’operatore Francesco Riccio si sono incrociati. Gli occhi erano lucidi ad entrambi. Poi abbiamo incrociato la giovane mamma con il suo volto rigato dalle lacrime. Attorno non aveva familiari. C’erano altre mamme che la consolavano. L’ho accarezzata e lei ha ringraziato con un cenno della testa facendomi quasi intendere che il suo sguardo è già oltre l’orizzonte di quell’ospedale.
Francesco ed io per qualche ora non siamo stati in grado di lavorare. Troppo forte, per noi, il dramma della morte di un bambino davanti agli occhi. Non avevamo cercato la scena di dolore, ma inaspettatamente abbiamo sperimentato quanto è labile in Africa il confine tra la vita e la morte.

Quella situazione per me è stata straordinaria. Ho chiesto ad alcuni missionari come reagiscono nel condividere ogni giorno il dolore e la paura permanente delle mamme di perdere un bambino. “Non ci si abitua mai", mi hanno risposto aggiungendo che l’Africa è una scuola di preghiera continua per sostenere il coraggio di vivere, la speranza e i sogni, nonostante le circostanze siano quasi sempre avverse. Inoltre, la gioia di credere, la forza di danzare e di cantare la vita in ogni comunità, anche tra le più povere e le più violentate, sono una scuola del mondo alla rovescia, come diceva qualche scrittore. Ripensando a quanto vissuto di recente in Africa, quasi mi vergogno a fare il conto alla rovescia dal giorno del rientro (almeno quindici giorni) per capire se ho preso la malaria. Ma di una cosa sono certo: l’Africa, le Afriche, i cinquantaquattro Paesi dalle frontiere artificiali tracciate con il righello dai colonizzatori, le Afriche sfruttate, saccheggiate e schiavizzate, non sono un romanzo. Il cosiddetto “mal d’Africa” è solo un’invenzione letteraria. Piuttosto, le Afriche sono il dramma e l’esaltazione della vita, senza vie di mezzo.

 

Tratto da www.ucsi.it del 23 agosto 2018