Mi chiamo Antonella, ho 24 anni, sono laureata in Agraria e vivo in Sardegna. La prima persona che mi ha parlato delle Missioni Carmelitane in Centrafrica è stata Sara, una mia amica che stava per partire per andare laggiù. Da quel momento ho subito sentito il desiderio di parteciparvi anch’io, ma avevo anche tanta paura, quindi inizialmente decisi di non parlarne con lei. Con il passare delle settimane, però, le sue parole e il suo entusiasmo mi tornavano continuamente in mente. Pensai allora di parlarne con la mia famiglia che, seppur preoccupata, si dimostrò subito entusiasta, appoggiando questa mia iniziativa fin dal primo momento.
È stato così che ho iniziato a prepararmi per il viaggio in Centrafrica. Qualche mese prima della partenza sono iniziati gli incontri in videochiamata, essenziali non solo per conoscere gli altri volontari e Padre Davide, ma anche per discutere dei ruoli che ciascuno di noi avrebbe avuto all’interno della Missione.
Il giorno della partenza le mie emozioni erano contrastanti: provavo eccitazione per questa nuova avventura, ma avevo anche paura di non essere abbastanza preparata per affrontare un’esperienza così intensa. Il viaggio è stato molto lungo, e dopo le numerose ore di volo per arrivare a Bangui, ci aspettavano altre ore di macchina lungo un percorso tortuoso ma allo stesso tempo spettacolare.
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Sin da subito, con gli altri volontari si è creato un forte senso di amicizia e condivisione: ognuno di noi era spinto da motivazioni profonde. Il nostro era un gruppo eterogeneo: oltre alla mia amica Sara, ho avuto il piacere di conoscere Alessia, Guido, Dario e Francesco. Ognuno con la propria storia da raccontare, ma uniti dallo stesso obiettivo: aiutare il prossimo.
Il mio ruolo all’interno della Missione era quello di dare una mano a Dario con i lavori manuali nella scuola e nelle altre strutture gestite dai frati. Nonostante le giornate iniziassero molto presto e il lavoro fosse spesso faticoso, la sera la gratitudine prevaleva sulla stanchezza. Non sono mancati, però, momenti di sconforto. Spesso mi sono sentita inutile, come se la mia presenza non facesse davvero la differenza, ma con il passare dei giorni ho capito che non servivano particolari abilità: bastavano il dsesiderio spontaneo di aiutare e tanta buona volontà.
L’Africa che abbiamo vissuto noi è molto diversa da quella dei resort e dei safari: è un’Africa fatta di tanta povertà e sofferenza, ma anche di comunità solidali, unite, ospitali e con una grande voglia di vivere e di essere felici con quel poco che si ha. I momenti più emozionanti li ho vissuti durante la Messa della domenica. Il senso di fede che contraddistingue queste comunità mi ha davvero colpita: la Messa, per loro, non è solo un momento di preghiera, ma anche di festa, con canti e balli bellissimi. Conoscere la comunità di Bozoum, parlare con queste persone e ascoltare le loro storie, spesso molto difficili, mi ha fatto comprendere ciò che conta davvero. Mi ha insegnato a vedere il mondo con occhi più consapevoli: in fondo, essere nata in una parte privilegiata del mondo è stato solo
un caso.
Sono grata a Padre Marco e a Padre Davide per l’esperienza che mi hanno fatto vivere.
Li ammiro molto per il lavoro che svolgono e ringrazio la comunità di Bozoum per l’ospitalità e la gentilezza.
Sono tornata a casa con la consapevolezza di aver ricevuto più di quanto ho dato.
Antonella Farina, agronoma

