“È bellissimo che il nuovo Papa, Leone XIV, sia un missionario”: a parlare, all’indomani dell’elezione del Pontefice, di origini statunitensi ma per più di vent’anni in Missione in Perù, è P. Aurelio Gazzera, nominato da pochi mesi vescovo coadiutore di Bangassou, in Centrafrica. Insomma questo conclave è terminato con “una bella sorpresa” per P. Aurelio, missionario da più di trent’anni in Repubblica Centrafricana, conosciuto come “l’uomo che ha piegato i fucili”. Negli anni, infatti, ha portato avanti una difficile mediazione con i ribelli e si è battuto contro lo sfruttamento del territorio aiutato solo dalla croce al collo, rischiando più volte la vita. E sa cosa vuol dire lavorare per la pace in un Paese difficile.
P. Aurelio, perché l’elezione di Leone XIV per lei è stata una sorpresa?
Quando il cardinal Mamberti ha annunciato il nome del nuovo Papa, c’è stato un momento di panico: non avevamo capito bene il cognome né la nazionalità. Finché non abbiamo scoperto che è nato negli Usa ed è stato missionario per più di 20 anni in Perù. Ed è agostiniano. Quando finalmente è apparso e ha parlato è stata una bella sorpresa: mi sono reso conto che tutti i pronostici, ancora una volta, sono andati in fumo, grazie al vento dello Spirito Santo. Mentre i media discutevano di destra e sinistra, progressisti e conservatori, i cardinali hanno scelto il successore di Pietro e hanno fatto in fretta: è un bel segno di quanto sia bella e giovane nostra madre, la Chiesa. Il Signore ci ha fatto una bella sorpresa con questa elezione.
Un missionario come lei: a proposito, da dove arriva il coraggio dell’uomo che ha piegato i fucili?
Credo che sia semplicemente parte del mio carattere, non accetto le ingiustizie specialmente quando riguardano altre persone: in Centrafrica la gente è sfruttata, subisce violenze fisiche, psicologiche, istituzionali. Per me è naturale ribellarmi, a volte anche inconsciamente prendo posizioni che possano aiutare i centrafricani a autodeterminare il loro destino.
Come è riuscito a dialogare con i violenti?
Non mi sono mai accontentato di subire le situazioni laddove c’è anche solo una piccola possibilità di cambiamento. Dunque mi è venuto spontaneo aiutare la gente: è quello che farebbe un padre di famiglia che rischia tutto per i suoi figli. Siamo riusciti a dialogare con i banditi, concordando una tregua, ma è stato un lungo lavoro di diplomazia, fede e provvidenza. Una delle cose positive è stata che la popolazione locale ha capito che un altro modo di vivere è possibile.
Ci sono stati momenti di grande tensione, specie con i ribelli, in cui ha davvero rischiato la vita.
E ce ne saranno ancora. Il Centrafrica è una terra ricca di risorse naturali ma povera di persone con una visione a lungo termine, c’è poco amore per il bene comune. Si può cambiare soprattutto con la scuola per far fare un salto a questo Paese perché le potenzialità ci sono.
Ma la scuola a che punto è?
Nelle Missioni facciamo un grande lavoro, ma le istituzioni pubbliche sono estremamente carenti. Nelle scuole statali, dalle elementari al liceo, il maestro scrive sulla lavagna e gli alunni ricopiano sul quaderno ma non c’è un vero lavoro di formazione del personale, c’è carenza di libri, di materiale. Nelle Missioni assistiamo i bambini fin da piccoli con la tecnica dell'”imparare giocando” che prevede l’inizio delle scuole in sango e non in francese, aiutando i piccoli a riflettere e a sviluppare senso critico. Ma quando manca tutto alla fine diventa anche raro trovare persone con curiosità intellettuale e capacità di trovare informazioni.
A proposito di informazioni: qui sembra normale cercarle usando il web o comprando i giornali. Ma in Centrafrica qual è la situazione?
Non ci sono molti giornali e hanno una tiratura molto limitata, parliamo di due o tremila copie. Sta arrivando internet, ma la rete è spesso controllata dal governo o addirittura dai gruppi stranieri come i russi. Esiste una radio nazionale ma non copre tutto il territorio. In più, le informazioni vengono veicolate difficilmente anche perché i collegamenti sono disastrosi, sia per le condizioni delle strade sia per
la scarsa sicurezza. Per andare da Bangui a Bangassou ci sono 750 chilometri: con una buona auto si impiegano almeno tre o quattro giorni. Altrimenti ci si deve addirittura spostare in aereo, quando e se c’è la possibilità. Anche per questo le merci hanno prezzi altissimi: un sacco di cemento a Bangui costa l’equivalente di 15 €, a Zemio 75. Mi piacerebbe provare a cambiare le cose, magari creando una cooperativa che possa mettere in collegamento le varie realtà e iniziare a esportare caffè. Se creiamo uno sbocco commerciale si possono costruire condizioni che favoriscano anche il dialogo e la pace.
In questo scenario difficile le Missioni svolgono un grandissimo lavoro, soprattutto con l’istruzione.
Le Missioni sono ricche di scuole, dall’asilo al liceo, poi abbiamo un centro per accogliere gli orfani, i bambini fragili o quelli che arrivano con grandi traumi. Abbiamo anche un centro, la Maison Espoir, che si occupa di accogliere le persone accusate di stregoneria.
La superstizione è ancora molto presente?
Sì, da parte nostra c’è un grande lavoro fin dall’infanzia su questo tema. In Centrafrica, soprattutto quando c’è qualche calamità o quando muore qualcuno, è facile che contestualmente ci sia una persona che viene accusata di stregoneria. Un capro espiatorio da incolpare per i mali del mondo, insomma. Ma le persone che vengono additate rischiano di essere avvelenate o linciate: per questo è necessario intervenire e portarle in un luogo sicuro. Nella nostra Maison Espoir sono curate, mangiano e vivono lì e pian piano la gente si avvicina e vede che non rappresentano un pericolo.
Come ha vissuto la sua nomina a vescovo coadiutore di Bangassou?
All’inizio ho avuto paura. È un impegno enorme non tanto per il lavoro che non mi spaventa quanto per le responsabilità nell’annunciare il Vangelo, nel governare la diocesi e curare la sua economia. Quando ho ricevuto la chiamata stavo sistemando il sottotetto della Missione a Bangui e ho chiesto un momento per pensare: alla fine ho detto sì e sono stato circondato da un affetto che non immaginavo. La vita non è cambiata tanto: rimango sempre P. Aurelio con i miei sogni e i miei limiti, ma per questo grande incarico ho fiducia nella grazia di Dio che è presente nelle persone che incontro.
Valentina Bocchino, giornalista