Dott. Cédric Ouanékponé, lei è il primo nefrologo centrafricano e si è formato a Strasburgo: perché ha scelto di tornare a lavorare in Centrafrica invece di restare in Francia?

Dopo gli studi ho ricevuto diverse offerte di lavoro, ma sapevo che il mio Paese aveva bisogno di specialisti. A Bangui nel 2020 è stato costruito il Centro Nazionale di Emodialisi, ma era rimasto chiuso per due anni perché mancava un nefrologo. Essendomi specializzato proprio in nefrologia, ho sentito la responsabilità di tornare e fare la mia parte nella mia comunità. Oggi dirigo quel centro e ogni giorno possiamo offrire cure salvavita a molti pazienti.

La rivista «Mundo Negro» le ha assegnato il premio «Fraternità 2025». Da giovane medico centrafricano, cosa rappresenta per lei questo riconoscimento?

Il premio di quest’anno è stato attribuito a me, ma lo ricevo a nome di una squadra che lavora ogni giorno a contatto diretto con la sofferenza, ma anche con la speranza. Gran parte di questo impegno si svolge a Bangui, nel quartiere di Fatima, dove, attraverso attività mediche e socio-mediche, cerchiamo di ricucire ferite rimaste aperte dopo la guerra. Il nostro lavoro, però, non si ferma lì! Con le cliniche mediche mobili percorriamo anche le strade più lontane della Diocesi di Mbaïki, per raggiungere coloro che raramente qualcuno va a cercare: comunità povere e isolate, come i «Peuls», cioè i Fulani, ma anche i Pigmei Aka e tante persone che vivono lontano da ogni struttura sanitaria. Questo riconoscimento dà forza alle iniziative locali. Lo scopo di questo premio è anche questo: raggiungere coloro che operano in luoghi dove l’isolamento fa pensare di essere soli. È un modo per dire loro che ogni gesto, anche il più discreto, può cambiare la vita di qualcuno e che il bene nato in un angolo remoto può arrivare molto più lontano di quanto si possa immaginare.

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Dottor Cédric, da dove nasce l’impegno verso le persone più vulnerabili?

Credo che il mio impegno sia nato, prima di tutto, dalla fede. Fin da giovane mi sono sentito figlio della Chiesa. I miei genitori mi hanno lasciato molti doni, ma forse il più prezioso è stato proprio questo: prendermi per mano e accompagnarmi in chiesa. È lì che ho imparato, poco a poco, a guardare il mondo con occhi diversi. Come ricorda la Dottrina Sociale della Chiesa, il bene acquista davvero forza quando si apre agli altri, quando cerca di raggiungere il maggior numero possibile di persone e soprattutto chi è rimasto indietro.

In che modo la formazione religiosa ha influenzato la sua vita professionale oggi? 

Durante le rivolte e i tentativi di colpi di stato di fine anni ‘90 le scuole furono chiuse e io, insieme ad altri bambini, continuai a studiare grazie a un programma di sostegno organizzato proprio dalla Parrocchia. Su consiglio del mio Parroco, a quattordici anni, entrai nel Seminario Minore dei Frati Carmelitani a Yolé, perché pensavo di diventare religioso. Lì ho scoperto che la vita non si costruisce mettendo se stessi al centro, ma imparando a fare spazio agli altri. La preghiera, la vita comunitaria, l’esigenza di guardarsi dentro hanno lasciato in me un segno profondo. Per questo, quando oggi incontro un paziente, non vedo soltanto qualcuno da curare. In quel volto fragile cerco di riconoscere una presenza più grande; per me è Cristo che viene incontro a me sotto le sembianze di chi soffre. È così che cerco di vivere la mia fede e di essere fedele alla mia vocazione di cristiano.

Negli anni della guerra ha curato migliaia di profughi. Che cosa ha significato per lei fare il medico in mezzo a quell’emergenza?

Quando nel 2012 scoppiò la ribellione avevo appena terminato gli studi di medicina alla Facoltà di Scienze della Salute di Bangui, ma a causa della guerra dovetti aspettare per ottenere il titolo. In quegli anni la mia Parrocchia si trasformò in un enorme campo profughi con più di cinquemila persone. Insieme ad altri giovani operatori sanitari cercammo di rispondere all’emergenza: curavamo malati, assistevamo anziani e bambini e aiutavamo molte donne a partorire, spesso con pochissimi mezzi.

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Che cosa può rappresentare questo premio internazionale per i giovani centrafricani?

Oggi, quando si cerca il nostro paese su internet, troppo spesso emergono solo immagini di violenza, di conflitti passati, di ferite che hanno segnato la nostra storia. È come se il mondo vedesse di noi soltanto le nostre ombre. Eppure, questo premio racconta un’altra verità: dice ai giovani che anche il bene esiste, che anche i gesti semplici e silenziosi, nati lontano dai riflettori e nei luoghi più remoti, hanno un valore e possono essere riconosciuti. Per questo lo sento come un messaggio forte rivolto ai giovani: abbiamo dentro di noi la forza per cambiare la nostra società. Non possiamo aspettare che il cambiamento arrivi soltanto dalla politica o dall’esterno; la prima responsabilità appartiene a noi. Una società cambia quando i suoi figli smettono di rassegnarsi: il coraggio di pochi diventa la strada per molti.

Intervista di Guy-Cyrille Kourandhaut, giornalista