Cari lettori e care lettrici, barala kwe! Vi saluto tutti!

Sono Fra Giuseppe, frate Carmelitano Scalzo. Vi scrivo dal Centrafrica dove sto vivendo l’anno pastorale: una tappa che noi religiosi e seminaristi attraversiamo tra la conclusione degli studi filosofici e l’inizio di quelli teologici. Quest’anno, per me, ha il volto concreto della missione nella Repubblica Centrafricana. Ho ricevuto il crocifisso missionario dalle mani di monsignor P. Aurelio Gazzera, nostro confratello, missionario e vescovo a Bangassou e, il 7 ottobre 2025, giorno della Madonna del Rosario, sono partito da Genova, insieme a padre Stefano Molon e a una coppia di sposi, per prestare servizio presso il seminario Gesù Bambino a Yolé, alla periferia di Bouar.

La mattina della mia partenza sono stato assalito da un forte sentimento di paura e di inadeguatezza. Mentre stavo sistemando le  ultime cose nelle valigie, ho trovato un Vangelo tascabile che non ricordavo neanche più di avere. Ho notato che c’era una piega su una pagina: l’ho aperto e mi è capitato il brano della chiamata dei Dodici e l’invio missionario. Ho capito che era il Signore che mi voleva in Africa e che, una volta di più, mi rinnovava la sua fiducia. Ora mi trovo insieme ad altri quattro confratelli; ci occupiamo della formazione scolastica e spirituale di ottantuno seminaristi dai 10 ai 25 anni.  Io mi occupo dell’insegnamento della religione in 5° elementare, del catechismo alla seconda media e, quando non sono a scuola, lavoro nel nostro allevamento che ci procura il sostentamento.

Il primo mese non è stato facile: la prima malaria, i parassiti intestinali… Non nascondo di avere
anche pensato di chiamare il mio superiore per chiedere di rientrare in Italia, ma il Signore mi ha messo accanto una
comunità che mi ha aiutato a superare le difficoltà. Non parlavo francese e non conoscevo nemmeno una parola di sango, però mi sono reso disponibile quando c’è stato bisogno di fare lezione; non avevo nozioni sanitarie, ma quando siamo rimasti senza suora infermiera e i ragazzi venivano a svegliarmi in piena notte perché stavano male, mi sono preso cura di loro.

Insomma, nella mia piccola esperienza, sto sperimentando quanto la Missione sia servizio e mi faccia uscire da me stesso e dai miei spazi.

Ora che sono trascorsi alcuni mesi, comincio a comprendere che l’importante è restare dove il Signore mi ha messo e anche se sperimento di sentirmi poco utile, offro la mia incapacità a Dio.

Ho fatto l’esperienza che per partire come missionario non è necessario essere chissà chi o aver studiato chissà cosa, anzi: in Africa si va scalzi. Se vorrete mettervi in cammino, io vi aspetto. Un abbraccio e una preghiera. Ala ngba nzoni! Arrivederci!

Fra Giuseppe Thomas Cameroni