P. Cyriaque Soumbou vive e svolge il suo ministero a Bangui, dove accompagna la formazione dei giovani frati chiamati al sacerdozio. In questa intervista riflette sulla gioia della vocazione e offre uno sguardo sulla Chiesa centrafricana.

P. Cyriaque, che cosa l’ha spinta a scegliere la vita religiosa?

La mia vocazione è nata quando ero ancora molto piccolo, nel profondo del mio cuore. Vedere il sacerdote della mia parrocchia esercitare il suo ministero ha fatto nascere in me il desiderio di servire Dio. All’epoca, non conoscevo i Carmelitani, ma dopo alcune vacanze dai miei nonni sono entrato nel loro seminario minore. Mi è piaciuto moltissimo e ci sono rimasto fino a oggi: vivere in comunità comporta delle sfide, ma soprattutto regala una grande felicità. Da lì in poi, la gioia di essere un Padre Carmelitano è sempre cresciuta.

La gioia di cui parla è un dono o una conquista? E per un sacerdote, da dove viene?

La risposta non è facile, perché dipende dal tipo di gioia di cui si parla. Per un sacerdote, questa è un dono: non si crea, ma si riceve da Dio attraverso il servizio. Amare Dio rende gioiosi, di conseguenza, le sofferenze – che non mancano – non possono togliere la Gioia di Dio; penso che il sacerdote debba portarla sul proprio volto affinché tutti vedano e comprendano che viene da Gesù.

Di che cosa si occupa attualmente al Carmel di Bangui?

Mi dedico principalmente dei giovani frati in formazione per diventare sacerdoti. Sarei felice se i ragazzi continuassero il cammino che stanno percorrendo: che si aprissero a Gesù, affinché Egli possa operare in loro nel servizio ai fratelli.

Come descriverebbe la Chiesa centrafricana a qualcuno che non l’ha mai incontrata?

La Chiesa nella Repubblica Centrafricana è bella, giovane e molto dinamica. Prega, canta, balla, ama; tuttavia, anche questa Chiesa deve affrontare delle sfide: deve interiorizzare maggiormente la propria fede attraverso una corretta inculturazione. Il Vangelo entra in una cultura nei suoi tempi e nel suo modo di vedere la vita – e questo processo non è mai finito. Ogni fedele deve imparare ad amare la propria vita concreta, così com’è, perché è lì che Dio è già presente e già agisce. Le celebrazioni sono molto sentite e attirano numerosi fedeli e la venerazione di Gesù Bambino è intensa; Affascina il mistero della vita, dell’infanzia di Gesù, Egli rimane il grande messaggero che vuole guarire i cuori ed essere il Bambino nella stalla. La gente lo ama immensamente.

Secondo lei, di che cosa c’è bisogno in Centrafrica? Qual è la necessità del Paese?

Si potrebbe stilare una lunga lista che tocca le diverse realtà della vita. Innanzitutto, le persone hanno bisogno di Dio perché Egli dà senso alla vita. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno, tutto ciò che cerchiamo, trova il suo compimento in Lui. Egli ha quindi il Suo posto anche oggi. Poi, concretamente, c’è un grande bisogno di pace! Si registra un leggero miglioramento, rispetto agli ultimi anni, ma questo bisogno di pace nel Paese e nei cuori rimane.

Infine, c’è bisogno di una vita migliore. Molte persone soffrono ancora a causa della povertà: questo riguarda anche l’istruzione. Bisognerebbe che, poco a poco, le persone iniziassero a lavorare e a migliorare la propria vita per un futuro stabile. Ma penso che, al di là di tutto, Dio debba avere il suo posto.

Che cosa augurerebbe a chi vorrebbe fare un’esperienza di volontariato missionario?

Dal mio punto di vista, vedo che i volontari portano gioia; la popolazione locale è felice di accoglierli e di scoprire nuove realtà. Molti si recano in piccoli villaggi sperduti dove la gente è povera, gli abitanti sono contenti di vedere questi giovani arrivare da molto lontano, rinunciando a molte cose per venire a condividere la loro vita e la loro allegria. Tutti fanno esperienza di una Chiesa senza confini, di un Vangelo che non conosce frontiere, così come la gioia della vita comunitaria appartiene a chi la vive, i numerosi frutti del volontariato missionario appartengono a chi li ha vissuti. Scoprono, infatti, altre realtà tanto belle quanto fragili, con i loro limiti. Queste scoperte a volte sono un po’ intense, ma possono aiutare nella fede e offrono una visione diversa del mondo. Partendo in missione, donano molte cose, sia materiali che di sé stessi, ma si mettono anche molto in gioco. Vediamo alcuni di loro diventare più forti e tornare nelle Missioni per rafforzare la loro fede.

Intervista di Martina Bottaro