A Bangui, il Carmelo prende forma come presenza silenziosa e luminosa. È qui che P. Miguel, Superiore Generale dei Carmelitani Scalzi, ha compiuto la sua prima visita alla giovane comunità. Frati africani e italiani condividono la stessa vocazione in un contesto segnato da fragilità, ma anche da grande speranza. Lo ha raccontato a P. Davide Sollami in questa breve intervista.
Qual è la vocazione di questa casa del Carmelo in Centrafrica e di questa chiesa?
Credo che tutte le case dei carmelitani siano, per loro natura, case “popolari”, nello spirito di Teresa di Gesù.
Lei ci ricorda che dentro di noi c’è un castello, una bellezza interiore: la presenza di Dio. La nostra vocazione è proprio quella di irradiare e trasmettere questa bellezza agli altri, far comprendere cosa significhi avere dentro di sé il Signore Gesù Cristo. Ogni persona che incontriamo lungo il cammino è chiamata a percepire questa presenza e a riconoscere che anche lei è dimora, casa della Bellezza divina. Anche a Bangui, il «Carmel» è un segno, un simbolo della nostra vocazione: essere portatori della presenza di Gesù, come Maria, come un tabernacolo vivente. Una Presenza che irradia la sua Grazia per tutti: prima di tutto per noi e poi per ogni persona.
È la sua prima volta a Bangui: cosa ha trovato in questa terra e in questa comunità?
Ho trovato una comunità di frati, africani e italiani, molto unita. Si percepisce un forte spirito di famiglia, amente, insieme a una grande semplicità nello stile di vita. Mi è sembrato evidente anche il bel lavoro di accompagnamento svolto dalla Provincia di Genova: lo si vede non solo nelle tante opere realizzate, ma soprattutto nelle persone, nei frati, nel loro modo di vivere.
Pensando a coloro che hanno fondato questa missione, posso dire di essere davvero molto fiero di ciò che ho scoperto qui in Centrafrica. Per me è stata un’esperienza sorprendente. La benedizione del nuovo convento è stato un momento intenso, arricchito dai canti in lingua locale, pieni della gioia della gente di questa terra. Tutto questo mi ha fatto molto bene.
Il Paese è molto povero e la Chiesa è ancora giovane, con un’evangelizzazione recente. Cosa augura ai giovani religiosi carmelitani centrafricani?
Mi sembra che la popolazione della Repubblica Centrafricana abbia bisogno di Speranza e di scoprire un profondo senso della dignità dei Figli di Dio.
I giovani carmelitani sono consapevoli di aver ricevuto un’eredità ricca e speciale. Auguro loro di custodire e vivere ciò che ho visto anche nelle persone incontrate: la gioia di essere accompagnati e di essere partecipi di questo spirito carmelitano, che è fatto di amicizia, umiltà, fraternità, comunione e passione per Gesù, secondo l’insegnamento di Teresa d’Avila.
Il mio augurio è che crescano non tanto dal punto di vista numerico, ma soprattutto interiormente, nella qualità della vita. Ho visto in loro grande apertura, anche grazie al lavoro svolto negli anni nella formazione, fin dai seminari con i ragazzi più giovani. È uno sforzo davvero bello. Ho notato sacerdoti molto impegnati nella formazione e un ambiente familiare già nelle prime tappe della vita religiosa: questo mi è piaciuto molto e lascia davvero ben sperare per il futuro.