Il 27 settembre 2025 ci siamo sposati nel monastero carmelitano di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi a Firenze. L’idea di un’esperienza missionaria come viaggio di nozze ci è stata suggerita da P. Giovanni Marini, francescano minore e organizzatore di corsi per giovani in cerca della propria vocazione. Abbiamo partecipato a uno dei suoi formidabili corsi, nel quale abbiamo compreso che il matrimonio è un Sacramento e un dono di Dio e in quanto tale esige un ringraziamento speciale. Conoscevamo da tempo la realtà dei Carmelitani del Santuario di Gesù Bambino ad Arenzano e così abbiamo chiesto a P. Davide se ci fosse un’esperienza missionaria che potesse fare al caso nostro per poter realizzare questo progetto. La Provvidenza ha voluto che proprio dopo il nostro matrimonio partisse un piccolo gruppo per la Repubblica Centrafricana. La facilità con cui abbiamo ottenuto questa risposta ci ha confermato che la scelta non fosse solo nostra, ma che fosse stata guidata dall’Alto. In verità, l’idea di intraprendere un viaggio missionario era già dentro di noi: volevamo un’esperienza forte che lasciasse un solco nei nostri cuori, lontano dalle mete più gettonate e tipiche di un viaggio di nozze. Insomma, ci piaceva molto realizzare in modo pratico quel monito che Benedetto XVI aveva proclamato in un’omelia «non conformatevi a questo mondo».

Così, il 7 ottobre 2025 siamo partiti alla volta dell’Africa insieme a Fra Giuseppe Thomas e P. Stefano. È stata una vera avventura che da Genova ci ha portati a Roma e da lì a Bangui, passando per Addis Abeba. Dalla capitale, in cui abbiamo trascorso la prima notte, accolti in modo festoso e caloroso dai Frati Carmelitani, siamo ripartiti alla volta della Missione di Baoro. La strada malmessa ci ha obbligati a procedere lentamente nel mezzo della savana. Dopo otto ore siamo finalmente arrivati alla Missione. Baoro si presenta come un piccolo villaggio in cui umanità e natura convivono in modo equilibrato, ben lontano dalle dinamiche che si percepiscono nella capitale Bangui. Siamo stati accolti con affetto da P. Marcello, P. Arland, Fra Aristide e P. Wilfrid che ci hanno preparato una camera accogliente all’interno del chiostro della Missione, circondato da un giardino all’italiana, in cui crescono rigogliosi banani, papaye e un orto che profuma di cura quotidiana.

Abbiamo visto la scelta radicale e la dedizione con le quali ciascun missionario si impegna a vivere la propria vocazione. Siamo testimoni di questi uomini di Dio, che al giorno d’oggi più che mai, compiono un atto rivoluzionario.

Abbiamo toccato con mano e con il cuore l’importanza della vicinanza; come ci ha ricordato P. Stefano, uno dei maggiori aiuti che si può dare ai missionari è quello di non dimenticarli e donare loro la nostra amicizia e il nostro sostegno fraterno anche dall’Italia.

Un’altra immagine che ci portiamo nel cuore è la realtà religiosa della Repubblica Centrafricana che si presenta a tratti diametralmente opposta alla nostra. Ad esempio, il forte senso di Dio che si percepisce in ciascun uomo.

Non possiamo non riportare la drammatica instabilità politica del paese, dove la sicurezza nazionale è delegata, in buona parte, al gruppo mercenario della Wagner e dove interessi sovranazionali si traducono in ingenti investimenti con il fine di sfruttare la terra e il suo popolo.

Si vedono, ad esempio, tante miniere di metalli preziosi concesse ai vari paesi europei e asiatici. Un popolo così radicato e armonioso nelle sue tradizioni è derubato della sua libertà.

Alla sera, dopo il nostro lavoro quotidiano, era davvero piacevole e arricchente unirsi a tavola per cenare e ascoltare i racconti dei sacerdoti che facevano ritorno dalle loro avventure nei villaggi vicini e lontani. Una domenica sera, P. Wilfrid ci ha raccontato che nell’arco della giornata aveva celebrato diciotto battesimi e una decina di matrimoni in un villaggio a poche ore di jeep; numeri sicuramente ben diversi da quelli a cui siamo abituati.

Siamo tornati a casa stanchi e ricolmi di emozioni così concentrate che hanno bisogno di tempo per essere assimilate. Ancora oggi, dopo mesi dal nostro ritorno, nuovi spunti di riflessione e insegnamenti continuano a emergere nelle nostre conversazioni serali. Pare che l’esperienza africana si stia prolungando nel quotidiano della nostra vita.

Consigliamo a tutti di fare quest’esperienza almeno una volta nella vita, soprattutto nei momenti di discernimento personale, in quanto riordina le priorità e mette in luce il percorso a cui siamo chiamati.

Singuila mingi Beafrika! Grazie mille Centrafrica!

Vincenzo D’Oriano e Alice Massardo, volontari